Convegno “ Il cammino delle parole”. Gennaio 2012.

Incontro e dibattito culturale svoltosi presso la Società Dante Alighieri in collaborazione con Stanislao de Marsanich A.D. di “Paesaggio Culturale Italiano – I Parchi Letterari ®”.

LE PIETRE

Procacciaronsi gli uomini da principio in alcuno sicuro paese, luoghi dove fermarsi: ed avendo quivi trovato sito comodo e grato a’bisogni loro, in tal maniera vi si alloggiarono, che le private e le pubbliche cose non vi avessino a fare in un luogo medesimo: ma che altrove si dormisse, altrove si facesse fuoco, e altrove si collocassero l’altre cose al rimanente de’ loro bisogni necessarie…”

…Le pietre si cavino di state e si tenghino allo scoperto, e non si mettino in opera se non passati duoi anni; di state acciocché le pietre non avvezze, si assuefaccino a poco a poco ai venti, ai diacci, alle piogge ed alle altre ingiurie dei tempi: perciocché se le pietre subito cavate dalla cava, pregne del nativo sugo ed umore, si pongono ai venti crudi ed ai subiti diacci, si fendono e si risolvono…”

Così Leon Battista Alberti nel 1400 venerava i suoi sassi inanimati come fragili pazienti bisognosi di cure e di amore. Non vi erano alternative ai materiali da costruzione e dunque la Pietra, così preziosa e così dura da lavorare, assurgeva  al ruolo di regina indiscussa nei processi di edificazione. Ogni singolo concio di pietra era scolpito, modellato, provato, sostituito, corretto fino a che non trovasse la sua giusta e perfetta collocazione. Non desta perciò meraviglia il fatto che nella lavorazione delle pietre fosse posta tanta cura maniacale da consigliare il loro utilizzo solo dopo che fossero trascorsi due anni dalla loro escavazione.

L’ALBERO DI TENERE

Nella Regione Nord-Orientale del Niger in mezzo ad un paesaggio desertico di sconfinate dune vi era un insignificante albero spinoso. La cosa sorprendente era rappresentata dal fatto che esso fosse raffigurato su tutte le Mappe, le Carte topografiche e Geografiche come albero di TENERE.

Esso era dunque un Segnale un Simbolo per viandanti e carovane.

Negli anni 70 l’albero morì e cadde. La notizia rimbalzò in tutto il mondo, geografi, cartografi, viandanti, turisti dovettero affrettarsi ad aggiornare i documenti del territorio.

Il simbolo non c’era più, era stato cancellato.

LA PATINA

L’uomo si accorge della esistenza delle cose quando queste non ci sono più.

Capita di notare spesso qualcosa di insolito nel territorio intorno a noi.

Il più delle volte si tratta di qualcosa che è sparita.

La maggiore preoccupazione per un antiquario è garantire la famosa “PATINA” sui mobili d’epoca che vende. La patina è qualcosa di indescrivibile che però si riconosce al tatto; è il segno dell’antico, dell’autenticità. E’molto difficile inventarsi una patina anche se la odierna tecnologia in tutti i modi si sta prodigando nella produzione di Gres Porcellanato che imita  il Cotto Antichizzato, di finta pietra in piastrelle, di finte travi lignee in polistirolo, di finto marmo con resine ricomposte, di finto legno gelato come l’alluminio. Tutto ciò a dimostrazione di quanto importante e forte sia la richiesta di utilizzo dei segnali del tempo, appunto, della Patina.

Non sempre si riscontra nelle Amministrazioni e nei Tecnici, l’amore per il recupero, la passione per il restauro, la capacità e la sensibilità per la conservazione. Tutto troppo costoso. Il legno di castagno stagionato non c’è più, bisogna cuocerlo nei forni. I grandi mantici che attizzavano il carbone per forgiare i chiodi a mano non li utilizza più nessuno; e la pietra rude e spaccata a mano per farne i blocchi portanti non si può più cavare. Si aggiunga a ciò la ferrea normativa comunitaria sui recuperi energetici che impone alle nostre antiche dimore di essere rivestite con nuovi materiali per farne involucri coibentati e stagni come gusci d’uovo.

L’AGRICOLTORE E LA SUA NUOVA CASA

Esattamente di rianimazione stiamo parlando. Di quegli interventi cioè mirati e studiati sulle strutture esistenti che possano riattribuire loro un’anima che il tempo con indifferenza ha progressivamente cancellato.

Nel mese di luglio di qualche anno fa, sulla Val d’Agri, al sole, aspettava un ometto. Coppola e camicia bianca a righe. Bastone sulla spalla con bisaccia grigia. Scarpe  impastate di fango. Mi chiede se desiderassi qualcosa di cià che teneva nella bisaccia. Tirò fuori una rete con dentro le uovacich (lumache) e poi nzalate,  pummarelle, pire, curnicchiue.

Il mio amico al volante dell’auto gli offrì un passaggio a casa.

Lo accompagnammo nella sua casa bianca, quadrata con finestre lucenti in alluminio. Scomparve dietro una scalinata di cemento armato foderata di marmo lucido tagliente. Fuori, un camioncino con altoparlante vendeva prodotti di agricoltura industriale.

L’ometto ogni mattina all’alba usciva dalla sua casa nuova assegnatali dal comune, scendeva a piedi al campo dove sorgeva la sua dimora natia che il terremoto aveva sventrato e trascorreva l’intera giornata a coltivare il suo orto che, nonostante il terremoto, continuava a produrre frutti generosi…

IL TERREMOTO

Quando arriva il terremoto, si scoperchiano i tetti delle case. Le labili orditure di legno si flettono e collassano. D’improvviso una luce accecante invade le antiche case di pietra. ma è una luce solare che non filtra più dalle piccole finestre tarlate; è l’inondazione di una luce zenitale. Si accendono quasi per incantesimo intonaci pitturati, quasi affrescati posti in evidenza in tutta la loro incredibile plasticità a seguito dei crolli. I raggi del sole colpiscono gli angoli più reconditi della casa che per secoli erano rimasti nascosti nel buio. Le immagini che se ne ricavano sono esempi  straordinaria di arte Pittorica e compositiva piuttosto che di architettura. Mai nell’antichità si sarebbero pitturate le facciate esterne delle case con i colori che decorano le camere interne. Forse la causa di tanto ardimento è da ricercare nelle condizioni di estrema povertà subite dalle popolazioni del mezzogiorno agli inizi del ‘900. In quell’eterno lutto dove tutto doveva essere miseramente nero l’unico esorcismo possibile era colorare i soffitti, i muri, le cucine e le sedie di casa…

Si assiste ad un controverso processo che rischia di provocare una inaspettata e curiosa inversione di tendenza: Le residenze fatiscenti del centro storico erano quelle descritte in dettaglio da Levi durante il suo intenso soggiorno di confino; quelle residenze però sono state ulteriormente danneggiate dal terremoto e dunque abbandonate dagli occupanti perché dichiarate inagibili.  La odierna tecnologia derivata dalla stringente normativa sulla sicurezza, ha permesso interventi spesso invasivi, che hanno ripristinato l’agibilità di tali residenze.

Ma il circolo non si chiude.

Se Levi oggi si trovasse a visitare di nuovo le stesse architetture nelle quali era entrato per curare gli ammalati di malaria e dove ondeggiavano al vento i veli bianchi e gli scialli neri delle donne nella trepida attesa dell’arrivo del Sanaporcelle, non riconoscerebbe più né i portoni di legno nero, né i soffitti bruciati, né gli intonaci cotti come croste di pane.

La sua Gagliano appartenente ad una antica civiltà nera e dimenticata è stata trasferita altrove; al suo posto sono rimasti simulacri solidi ed incrollabili, moderatamente imbiancati, che a stento mostrano le vestigia timide di una vita di miserie vissuta in un’epoca senza tempo.

TIMIDI INTERVENTI TECNOLOGICI

Nei fabbricati storici da destinare ad attività sociali, a luoghi di incontro a musei o mostre tematiche, negli edifici di proprietà comunale ed in quelli che mantengono peculiari caratteristiche architettoniche o storiche è tuttavia possibile avanzare alcune ipotesi di lettura che esulano dai rigori della ristrutturazione e del consolidamento. Gli interventi ammessi nel rigore francescano della riscoperta saranno esclusivamente quelli destinati a mantenere in sicurezza le varie strutture prese in esame.

Si tratta per lo più di recuperare gli allestimenti autentici di scenografie dimenticate, da far rivivere con la sola complicità di effetti illuminotecnici ed audiovisivi.

Qualcosa di analogo è stato già realizzato all’interno della Casa Levi e nei burroni della Fossa del Bersagliere.

Nelle case contadine, nel percorso delle grotte, all’interno del piccolo cimitero ed ai margini delle piccole piazze costellate di camini, forni e focolai occorrerà aggiungere suoni antichi provenienti dall’esterno, il rumore delle stoviglie di alluminio, il racconto lento e ripetitivo delle  favole raccontate in dialetto ai bambini perché prendano sonno in fretta; i rumori degli animali custoditi all’ interno delle case e ricoverati al di sotto dei letti, il bagliore dei fulmini nelle notti di pioggia ed una serie misteriosa di ombre cinesi vaganti nelle strade come fantasmi.

L’impianto scenico sarà pertanto costituito da casse acustiche installate in diverse zone opportunamente analizzate. In corrispondenza di ciascuna cassa acustica saranno posizionati i proiettori di luce a lampada alogena o le tenui illuminazioni di effetto con tecnologia LED dotate di filtri colorati.

Proiettori DVD comandati da una sorgente computerizzata avranno lo scopo di sincronizzare i movimenti, le voci, i suoni e le luci in un concerto armonioso e ad effetto coinvolgente.

Sia all’interno delle antiche abitazioni che nelle aree esterne urbane saranno allestiti schermi in tessili per retroproiezioni con carattere di trasparenza e diffusione luminosa. Altri schermi in tessuto di tulle dipinto verranno colpiti dai fasci luminosi dei proiettori simulando la trasparenza dell’acqua, la dissolvenza dei cieli e creando insostituibili effetti di sovrapposizione dove ombre vaganti di antichi personaggi potranno irrompere nella scena e d’improvviso scomparire nell’oscurità.

Il tutto si compirà all’interno di strutture intatte, in equilibrio sui burroni o sui muri intonacati delle piccole piazze del centro storico.

Nel termine “suggestioni” si intende comprendere le emozioni collettive evocate dagli episodi  più salienti della nostra storia e dagli avvenimenti che hanno coinvolto l’ambiente oggetto delle nostre attenzioni. Gli spettatori sono immersi in luci e suoni, e possono comunicare direttamente con le particelle residue dei miti della storia.

Essi possono seguire i richiami e gli echi dei calanchi, come una processione virtuale, condotti dalle immagini, dalle luci e dai suoni emessi dagli elementi naturali, dalle pietre, dalle case annerite.

Sinfonie melodiche e drammatici stacchi musicali si alternano ai dialoghi  di personaggi antichi nascosti tra le valli e di strane creature che, impietose, balzano nella scena dall’ombra dei ruderi, dal buio dei vicoli, dalle arcate arcigne delle case con gli occhi.

Nel quadro di tali iniziative si possono prevedere attività indotte per  artigiani da occupare nelle operazioni di allestimento delle scene e nella installazione di scenografie di effetto da installare nelle case contadine o ad integrazione di quelle già esistenti  sulle “Case con gli occhi” di Piazza Garibaldi e sui burroni della “Fossa del Bersagliere”

Si possono prevedere coinvolgimenti di lavoratori edili per la messa in sicurezza di alcune strutture urbane ed extra urbane, ed ancora compagnie locali di teatro, guide turistiche e soggetti accompagnatori. Il richiamo emesso dai luoghi di ispirazione autentici produrrà un naturale incremento del flusso turistico che oggi, grazie alle recenti iniziative dell’ amministrazione, si è in grado di trattenere attraverso una suggestiva rete di ricettività, di ospitalità e di ristorazione.

LE CASE DEI CONTADINI

Le case dei contadini sono tutte uguali, fatte di una sola stanza che serve da cucina, da camera da letto e quasi sempre anche da stalla…Da una parte c’è il camino, su cui si fa da mangiare con pochi stecchi…i muri e il soffitto sono scuri pel fumo…”

E’ sufficiente aggirarsi per il piccolo e nudo centro storico del paese ed aprire a caso i catenacci che ancora sprangano i portoni sbrindellati delle vecchie case contadine per trovarsi come d’incanto dentro alle pagine di Levi.

Si tratta precisamente di individuare una o più residenze tipiche ed originali della civiltà contadina, non ancora restaurate, abbandonate insieme alle loro misere suppellettili, acquisirle da parte della amministrazione comunale, porle delicatamente in sicurezza  ed aprirle al pubblico.

In tale ottica le “Case dei contadini” apparirebbero al visitatore esattamente uguali a quelle che ispirarono Levi; il medesimo odore di legna bruciata, il medesimo colore dei lugubri tendaggi del lutto, i medesimi letti in ferro che ospitavano i malati di malaria senza alcuna aggiunta né trasformazione di elementi estranei, artefatti o contraffatti.

Il fumo acre e odoroso dei ceppi di ginepro e di brugo…che una contadina mi portava sul suo asino dal bosco”.

Le porte erano incorniciate di stendardi neri…s’eppi poi che è usanza porre questi stendardi sulle porte delle case dove qualcuno muore, e che non si usa toglierli fino a che il tempo non li abbia sbiancati…”

Le case dei contadini sono tutte uguali….col capo toccavo le culle appese, e tra le gambe mi passavano improvvisi i maiali o le galline spaventate…”

…Al nostro ingresso eravamo accolti da un rumore rapido e furtivo, come di animali che corressero impauriti nei loro nascondigli…”

Le frasi appena citate non lasciano dubbi sulle palpabili suggestioni tattili provocate in Levi dall’ osservazione e dalla frequentazione dei luoghi  di Aliano: ed è proprio su tali suggestioni che dovrà essere impostata la nuova filosofia di valorizzazione dei luoghi di ispirazione.

Poter riaprire al pubblico strutture fatiscenti di così intenso valore testimoniale comporta l’avvio di adeguati adempimenti atti a garantire la messa in sicurezza di tutto ciò che ancora rimane miracolosamente in vita, prima che il tempo compia la sua inarrestabile eutanasia e prima che le esigenze di riuso possano promuovere interventi invasivi di restauro che cancelleranno ogni traccia delle antiche ed originali suggestioni.

Ciò potrebbe ribaltare i termini della conservazione dando supremazia al momento conoscitivo affidato alla memoria antica ed alle origini del luogo rispetto a quello definitivo della fase restaurativa. E’ ovvio tuttavia che una simile ipotesi di intervento potrà essere applicata solo a quelle abitazioni individuabili all’interno del comune da mantenere libere da persone ed aperte alle visite e per le quali non siano previsti riutilizzi a scopo residenziale.

Sarà come aprire al pubblico un immenso scavo  archeologico lasciandolo visitare da persone curiose e preparate all’evento; sarà come mostrare gli scavi in corso nei loro aspetti temporali, metodologici ed evocativi.

In tale ottica, il fascino della rovina, l’emozione della scoperta attraverso i suoi anditi più segreti ed abbandonati, possono evocare suggestioni particolari pur mantenendo apparentemente intatto lo stato di fatiscenza in cui si trova la casa contadina.

L’esperimento che viene proposto in queste brevi note si discosta dunque da quanto previsto dai canoni tipici del restauro o del risanamento conservativo e intraprende, al contrario, un percorso più rigoroso e forse più rispettoso nei confronti di questi brandelli di storia.

Non un restauro dunque nel quale ogni parte, quand’anche recuperata e catalogata, verrebbe ricomposta in maniera non autentica, ma una semplice cristallizzazione dello stato attuale.

Un approccio delicato come polvere magica sparsa sulle rovine per la loro protezione nei secoli.

CAMINI, FORNI e FOCOLAI

Giulia entrò nella mia casa volentieri…ne conosceva tutti i segreti, il camino che tirava male, la finestra che non chiudeva, i chiodi piantati nei muri…non c’era stufa: il mangiare doveva essere cotto al fuoco del camino…ma Giulia sapeva dove trovare la legna….faceva il fuoco alla maniera paesana, che si adopera poca legna, con i ceppi accesi da un capo, e avvicinati a mano a mano che si consumano…Il tempo si fece freddo. Dal fondo dei burroni il vento saliva con i suoi vortici gelidi, soffiava continuo, come venisse da tutte le parti, penetrava nelle ossa, e si perdeva, ruggendo, nelle gole dei camini…la violenza del vento contrarioricacciava il fumo del camino nelle camere: il fumo acre e odoroso dei ceppi di ginepro e di brugo, delle some che una contadina mi portava, sul suo asino, dal bosco…Ero solo, nella mia cucina, davanti a un fuoco che sfriggeva e soffiava e cigolava, mentre fuori urlava la tempesta di vento e di neve…La notte scendeva ormai prestissimo; le serate, accanto al fuoco che strideva e sfriggeva e soffiava e fumava, erano lunghe e tristi, mentre Barone tendeva l’ orecchio agli urli del vento e al richiamo lontano dei lupi”

Quando ci si inoltra nei vicoli del centro storico di Aliano attraversando la Piazza Garibaldi e si raggiungono le estremità dei muretti in pietra librati nel vuoto che sostengono le piccole strade di selci separandole dal burrone sottostante, si costeggiano in silenzio alcune quinte teatrali che nascondono dietro i loro palcoscenici, misteriose ed affascinanti architetture.

Nonostante l’accanimento delle intemperie che hanno già abbattuto alcune di queste architetture, rimangono quà e là squarci di case con gli occhi, frammenti di balconi e soprattutto resti più o meno fatiscenti di camini e forni a legna.

Non è mai stata eseguita una catalogazione scientifica di tali ultimi manufatti i quali, nonostante la loro estrema semplicità, emanano ancora una energia vitale.

E’ l’energia contenuta nel pane che ogni famiglia provvedeva a cuocere in casa.

Il forno, quasi sempre all’aperto, veniva caricato quando i componenti delle famiglie confinanti si fossero accordati sulle quantità di farina da ripartire e sulla quantità di pane da distribuire una volta terminata la cottura.

Questi forni, dall’aspetto annerito e dimesso, rappresentano gli ultimi esempi di una eccezionale architettura spontanea eseguita con l’uso di materiali naturali e facilmente reperibili sul luogo; essi rappresentano con una forza espressiva senza eguali i valori di una economia arcaica custodita umilmente all’interno delle mura domestiche.

Alcuni hanno cappe colorate di celeste, altri di rosa e di bianco; le bocche centinate in mattoni di argilla emettono a stento qualche richiamo e chiedono legna e fascine per poter alimentare di nuovo un fuoco antico.

In una grande stanza, all’interno di un fabbricato situato nei pressi del Comparto Levi, è presente un importante manufatto utilizzato per la panificazione.

Il manufatto, di grandi dimensioni, è stato realizzato con incredibile gusto per le proporzioni e con un sorprendente equilibrio nelle masse che lo compongono.

Nonostante la mole della struttura, il forno appare quasi sospeso nel vuoto poiché la tessitura lignea sottostante ordita in diagonale rispetto alle pareti del vano, lo distacca dal suolo e lo inserisce nello spazio della camera in una perfetta armonia prospettica.

La catalogazione e la documentazione ricavata dai rilievi, potrebbe essere oggetto di una pubblicazione a colori da divulgare attraverso opportuni canali di mercato. La pubblicazione del volume avrà dunque lo scopo di porsi come veicolo di informazione  per incrementare l’attivazione degli attuali flussi turistici.

A seguito della catalogazione dei manufatti, si prevede l’attivazione di un delicatissimo restauro degli stessi che dovrà essere eseguito non da imprese edili ma da tecnici restauratori esperti della materia.

L’intervento di restauro vorremmo concepirlo, paradossalmente, come semplice eliminazione della polvere e delle larve degli insetti.

E’ evidente che il restauro di questi manufatti dovrà spingersi un poco oltre se non altro per garantire agli stessi una vita altrettanto duratura dal momento che per lo più sono esposti agli agenti atmosferici.

Tuttavia l’approccio dovrà rimanere il più umile e rispettoso possibile per non cancellare il pathos, l’anima e le suggestioni che ancora sprigionano quei pezzi di pietra.

Pertanto si prevede di  non manomettere né i manufatti né le componenti strutturali che li costituiscono poiché rappresentano tutti uno straordinario esempio di artigianato artistico.

CONCLUSIONI

I punti di forza dell’offerta turistica Lucana sono costituiti dal perfetto equilibrio e dall’integrazione tra risorse culturali e naturalistiche diffuse sull’intero territorio. Ogni sito esprime in sé una sua ineguagliabile originalità.

La realtà di Aliano e la molteplicità degli itinerari disegnati sulla figura dello Scrittore Levi e sui luoghi da lui celebrati esprimono appieno queste potenzialità. Occorre  che esse siano inserite in un contesto integrato di servizi indispensabili al perfetto godimento delle risorse.

Il turismo è ritenuto da tutti un volano incredibile dell’economia di un paese per la sua capacità di condizionare positivamente lo sviluppo di una molteplicità di attività economiche ad esso direttamente o indirettamente collegate.

Si pensi in questo caso alle attività economiche di piccole o piccolissime dimensioni tipiche del territorio in questione che potrebbero trarre linfa vitale dall’incremento di un fenomeno turistico rilevante.

A tali flussi è dedicato il presente progetto che certamente, se realizzato, potrà lasciare al futuro segni tangibili ed incorrotti delle autentiche testimonianze dei percorsi leviani .

Lodovico Alessandri